CAVALIERI TEMPLARI
LA FORZA NON VERRA' MAI ALLA MILIZIA DEL TEMPIO

Mai inchinati, mai piegati, mai spezzati...
La distruzione del Tempio Parte VII
8 aprile 1310 – 12 maggio 1310
Soccombere di fronte ad un complotto non è vergogna. Non sei vile, sei martire...

TUTTI CONTRO IL TEMPIO
Durante la primavera del 1310 i Procuratori dell’Ordine riuscirono a mettere in difficoltà i legati pontifici. I prelati non potendo incatenare di nuovo i cavalieri senza perdere la faccia, decisero di risolvere la spinosa e inaspettata situazione cambiando di punto in bianco la procedura. Stabilirono che i difensori del Tempio da quel momento sarebbero stati presenti solo alle udienze ufficiali. Deliberarono inoltre di riprendere al più presto gli interrogatori sulla base del solito questionario. Vennero convocati i testimoni a carico. Il primo fu un certo Raul di Prelles,laico e avvocato del re (non si vede a quale titolo fu chiamato). La sua testimonianza fu quasi sicuramente preparata con dovizia di particolari dall’ignobile guardasigilli reale. (su tale particolare racconto tornerò in seguito). I giorni seguenti furono eseguite ancora nuove audizioni.
Il 13 aprile i cardinali si recarono al capezzale del confratello Giovanni di Sain-Benoit. Per i prelati era un’occasione troppo ghiotta per farsela sfuggire, fosse mai che negli ultimi attimi di vita il Templare confessasse altri orribili nefandezze protratte dall’ Ordine...”Sfortunatamente” gli ecclesiasti rimasero delusi, il moribondo ,infatti, asserì di credere, come tutti gli altri, ai sacramenti della chiesa, nulla sapeva del misterioso Baphomet, ne era venuto a conoscenza solo dopo il suo arresto. Lo stesso giorno fu interrogato Guicciardo di Marchant, siniscalco di Tolosa, in passato aveva ricoperto importanti funzioni al servizio del re. Egli non apportò grosse novità, solo quando gli fu chiesto se aveva mai sentito parlare di collusioni tra il Sultano e Guglielmo di Beaujeu disse che non lo credeva vero, giacché conosceva il valoroso comportamento del Gran Maestro, morto nella caduta di San Giovanni d’ Acri. Fu, poi, la volta, di Giovanni di Taillefert (non più confratello), egli fece capire fin da subito che avrebbe confessato qualunque cosa. E cosi fece...
Nei giorni successivi furono ascoltati molti altri ex-cavalieri e tutti prevedibilmente continuarono ad accusare l’Ordine. Il 19 aprile la commissione decise di fare chiarezza sul presunto idolo pagano. Fu chiamato a deporre in merito, Guilherme d’Arblay custode del Tempio di Parigi, gli fu chiesto se in esso al momento dell’arresto erano presenti delle statue. Affermò che l’unico pezzo “incriminabile” era la testa di una donna che recava la scritta “caput XVIII” ma fu subito chiaro che si trattava solo di un reliquiario. Questo era tutto ciò che era stato trovato durante la minuziosa perquisizione del 13 ottobre 1307. Nel corso dei miei studi mi sono imbattuta in una dichiarazione di un noto studioso dell’argomento che con “retorica” e pungente ironia rappresenta magnificamente il rapporto Templari, Baphomet, Nogaret . Riporto fedelmente –“...l’ idolo malefico e subdolo doveva aver avuto poteri magici straordinari: poteva tirar fuori dal nulla piedi, barbe, persino un cappuccio da Templare, e altrettanto magicamente poteva di nuovo farli sparire, e così bene che non c’era modo di ritrovarli. E poi doveva essere un idolo assai balzano, e dotato di un vivo senso dell’umorismo: non giocò forse un bel tiro a Nogaret, non facendosi trovare quando ne aveva più bisogno...-“.
Il 23 aprile fu ascoltato Giovanni l’Anglais, anche la sua deposizione fu conforme alle altre. Quasi fossero state fatte in copia, c’è da immaginarsi chi si celò dietro questo subdolo piano. Lo stesso giorno si presentarono i quattro Procuratori dell’Ordine. Portavano un nuovo comunicato –“ Noi reclamiamo che il processo perseguito contro di noi è stato violento, iniquo e ingiusto. E’ il risultato di un errore intollerabile. Le forme non sono state rispettate. Si sono messi in pratica tutti i rigori della legge, poiché si è stabilito di distruggere i fratelli del Tempio dal giorno del loro arresto in Francia, come si portano delle pecore al macello. Sono stati spogliati dei loro beni, gettati in prigione, si è applicata loro ogni genere di tortura. Molti sono morti, e molti sono stati storpiati per sempre. Sono stati costretti a mentire contro loro stessi e contro l’Ordine. Sono stati privati del loro libero arbitrio, che è il bene più grande che sia stato dato all’uomo di possedere. Senza di questo, si è incapaci di discernere il bene dal male; non si ha più coscienza, né memoria, né intelligenza...Nessuno sarebbe così pazzo, così insensato, da entrare in un Ordine, a condizione di perdere l’anima...Vi supplichiamo di ordinare che i testimoni, dopo aver deposto, siano separati da quelli che deporranno dopo di loro, in maniera che non possano comunicare. Vi chiediamo il segreto più assoluto, fino a che l’inchiesta non sarà inviata al Papa. Vi chiediamo di reperire dei guardiani dei Templari, e dei loro aiutanti, per rendervi conto dello stato nel quale molti dei nostri fratelli sono morti...-“.

Sicuramente, ancora contro le procedure, tale testo, fu inviato immediatamente a Nogaret, lo fanno supporre i convulsi avvenimenti dei giorni successivi. Proseguirono le audizioni fino al 2 maggio, come ripeto, “casualmente”, furono ascoltati solo i fratelli che aveva lasciato il Tempio. In tale giorno si presentò un gruppo di cavalieri provenienti dal Perigueux. Essi dichiararono che volevano difendere l’Ordine che era buono e leale. Ritrattarono le confessioni fatte davanti al Vescovo. Uno di essi affermò che in pieno inverno, lo si era spogliato ed esposto per giorni al freddo, con il solo sostentamento di pane e acqua. Gli altri fecero eco a questa dichiarazione, affermando che anche loro erano stati sottomessi con le torture e con la fame. Il 4 maggio furono introdotti otto “confratelli”, a quella vista i Procuratori protestarono animatamente, non sapevano chi fossero quegli uomini, sicuramente non appartenevano al Tempio, indossavano meschinamente solo il loro abito. Con il trascorrere del tempo, divenne sempre più palese la parzialità di questo assurdo processo basato su false testimonianze, su delazioni, e su confessioni estorte con ogni tipo di tortura. Il Tempio non era affatto eretico...era vittima di una ignobile congiura.
Il 10 maggio i quattro Procuratori chiesero di essere ascoltati con urgenza –“...abbiamo gravi ragioni di temere che l’arcivescovo di Sens e i suoi colleghi, si riuniscano a scopo di giudicare i fratelli che si sono offerti per la difesa; e ciò è contrario alle regole del diritto, mentre procedete voi stessi all’inchiesta contro l’Ordine. Ricorriamo dunque all’appello, perché la vostra inchiesta si troverebbe intralciata se delle sentenze di esecuzione venissero pronunciate contro i suddetti difensori. Ci appelliamo al Papa e alla Santa Sede, tanto a viva voce che per iscritto...Vi supplichiamo d’intervenire, in modo che possiamo presentarci al detto arcivescovo per comunicargli il nostro appello...-“. La risposta di Aycelin lascia esterrefatti –“ Ah! Vado a celebrare messa non voglio sentire”-. Dove erano finite le rassicurazioni che aveva sempre profferito all’Ordine? Egli sapeva bene quale grave pericolo incombeva su di loro...ma lui era pur sempre “un ecclesiasta reale” nulla avrebbe potuto intaccare la sua lealtà verso il monarca. Per la seconda volta si lavò la coscienza, lasciando agli altri il compito di dannarsela, sporcandosela con il sangue di uomini innocenti.
Per capire la situazione venutasi a creare a Sens è necessario fare una digressione temporale di qualche mese. Nel marzo 1310 era morto l’arcivescovo (Parigi faceva parte della sua giurisdizione).Colui che ricopriva tale carica avrebbe presieduto il sinodo che avrebbe giudicato i singoli confratelli. Filippo, preoccupato per gli inattesi sviluppi dell’inchiesta, vide in quella dipartita un segno divino. Adesso manovrando bene le proprie pedine poteva vanificare una volta per tutte le difese del Tempio. A tal fine “suggerì” come successore il nome di Philippe de Marigny (fratello dell’ ignobile Enguerrain suo fedelissimo ministro). Fin da subito il suo zelo nel processo contro l’Ordine fu “encomiabile”. Egli fece di nuovo appello alla Sorbona per avere il consenso per convocare gli stessi Templari, accusati di eresia, comparsi davanti alla Commissione Pontificia. Su tredici teologi interpellati solo tre dettero parere favorevole. Ma questo piccolo contrattempo non poteva certo fermare il “cristianissimo” arcivescovo...

Il 10 maggio convocò un sinodo provinciale. I monaci-guerrieri furono divisi in tre gruppi. Quelli che avevano confessato e non avevano ritrattato furono “riconciliati”, quelli le cui confessioni erano considerate insufficienti furono condannati all’immuramento, quelli che avevano ritrattato le confessioni e si ostinavano a voler difendere l’Ordine furono condannati come relapsi e la pena era il rogo. L’iniziativa dell’ecclesiasta, era gravissima egli si stava accanendo su persone che volontariamente si erano presentate per difendere il Tempio. Marigny , come era prevedibile,non tenne per nulla in considerazione la protesta ufficiale redatta da Pietro da Bologna. Secondo il diritto canonico in caso di appello al Pontefice subentrava la sospensione immediata del processo. Ma ciò non avvenne 54 templari furono condannati come relapsi...Aycelin apprese la notizia durante un’interrogatorio che stava tenendo presso l’abbazia di Sainte-Genevieve. Anche questa volta i suo comportamento denotò completa sottomissione al re. Egli infatti si limitò a inviare due messi che chiesero con gentilezza a Sua Eccellenza, se poteva procrastinare l’esecuzione. Addussero come motivazione alla richiesta di rinvio, che se i prigionieri fossero morti subito, da “eretici” quali erano, avrebbero assaggiato le fiamme eterne della dannazione. L’arcivescovo ritenne che i sentimenti di umana pietà non si confacevano a tali apostati miscredenti. Ne dette prova lo stesso giorno. I cinquantaquattro confratelli furono stipati in carretti con le mani legate,consci del loro triste destino furono condotti miseramente attraverso Parigi fino al di là della porta Saint-Antoine. Li furono fatti scendere malamente, strattonati vennero gettati in un recinto dove erano state sparse delle fascine e dei bracieri ardenti. – Nessuno di loro, senza eccezioni, riconobbe i crimini che venivano loro imputati, anzi rimasero irremovibili nel loro diniego, ripetendo che erano condannati a morte senza motivo e ingiustamente, fatto che molti poterono costatare con grande ammirazione ed immensa sorpresa-. Mentre le fiamme li lambivano urlarono un ultima volta la loro innocenza e la purezza del Tempio. Tutti morirono gridando che erano dei veri “cattolici”.

Filippo aveva organizzato l’intera operazione con la connivenza di Clemente ricorrendo a false testimonianze e minacce, a tormenti così atroci che decine di cavalieri morirono tra le mani insanguinate dei carnefici. Aveva impiegato tutte le armi di cui disponeva per distruggerli, spinto da una crudeltà mostruosa, aveva eliminato le testimonianze favorevoli terrorizzando con i roghi e ucciso chi si ribellava...
Continua……
IMMORTALITY

Noi combattevamo con in mano delle armi: quell'uomo stava scendendo in battaglia stringendo in pugno il mondo...

Patroclo figlio di Menezio, era solo un ragazzo...la guerra ne fece un eroe...

"Io li salvai tutti con il mio coraggio e la mia follia".

I PIRATI DEI CARAIBI

Il termine "Pirata" fu usato per la prima volta dagli antichi greci, duemila anni fa, con il significato di "Assaltatore". Per definirli sono state usate in seguito molte parole: corsari, bucanieri, avventurieri, filibustieri e predoni. Talvolta, alcuni governi concedevano ad armatori privati il permesso di attaccare le navi mercantili delle nazioni con cui erano in guerra. Questa sorta di pirati "legali" erano chimati corsari e dividevano il bottino con chi li ingaggiava.
Nel XVII secolo moltissimi fuorilegge e spietati avventurieri si rifugiarono nei Caraibi: venivano dall'Olanda, dall'Inghilterra, dall'Irlanda, dalla Francia e dal Portogallo. Alcuni erano conosciuti con il nome di Fratelli della Costa altri semplicemente come bucanieri. Nei primi tempi si stabilirono a Cuba, in Giamaica e sull'isola di Hispaniola, ma intorno al 1630 la loro base principale divenne l'isola di Tortuga.
Presto i governi coloniali ne ebbero abbastanza degli sfrenati bucanieri e tentarono di fermare i loro commerci. I fuorilegge non si persero d'animo e in breve si diedero alla pirateria. Intorno al 1660 iniziarono a lanciare violenti attacchi alle navi del tesoro spagnole, rendendo un servizio ai nemici dalla Spagna, tanto che questi cominciarono a ingaggiare le bande per saccheggiare le città spagnole della costa. La grande epoca dei bucanieri durò fino alla fine del'600 e la loro fama di pirati si diffuse in tutto il mondo.
Nel 1665 l'Inghilterra conquistò la Giamaica nei Caraibi sottraendola agli stessi spagnoli. Ma i nuovi arrivati non avevano truppe sufficienti per difendere l'isola dai vecchi padroni e dai francesi così fecero un accordo con i predoni del mare: i pirati potevano attraccare a Port Royal ma dovevano difendere il porto. Il Più famoso che prese come base l'isola fu Henry Morgan. Egli si arricchì moltissimo, divenne un potente corsaro e potè assoldare bande di bucanieri. Per questo le autorità coloniali in Giamaica decisero di ignorare i suoi atti di crudeltà. Fu persino nominato cavaliere da Carlo II d'Inghilterra.
Velocità e attacchi di sorpresa erano sempre la chiave del successo per un pirata. Quelli dei Caraibi scoprirono ben presto che con navi piccole e rapide potevano facilmente superare in astuzia un galeone, lento e ingombrante, per quanto armato.

Spesso, per abbordare le navi inglesi, i corsari francesi usavano piccole imbarcazioni da pesca armate.Capitava che, nei periodi di sfortuna, dovessero usare vecchie tinozze bucate, ma potevano sempre cercare di catturare o di rubare l'utimo modello di galeone. Per tenere a galla i vecchi velieri erano necessari manutenzione costante e duro lavoro. Nonostante le numerose cure i naufragi erano frequenti.
Le prime bandiere erano color rosso sangue e venivano issate prima della battaglia. Jolly Roger è il termine inglese che indica qualsiasi drappo pirata. Tra gli anni 1690 e 1700 molti capitani disegnarono le proprie, quelle bianche in campo nero divennero note con il nome di blackjack.
La vita a bordo era molto dura, i bottini sostanziosi erano pochi e tra una battaglia e l'altra regnavano quasi sempre l'inedia e lo squallore. Se c'era bonaccia, i pirati si annoiavano, si ubriacavano e scoppiavano violente risse.Durante le tempeste, invece, l'acqua salata si rovesciava sull'equipaggio, infreddolito, ferito e spossato. Di notte gli uomini che non erano di guardia dormivano sottocoperta, in uno spazio molto ristretto. Era questo un mondo buio e soffocante, che cingolava, beccheggiava e rollava. Vi penetrava l'acqua di sentina e i topi erano ovunque. Mentre di giorno il sole bruciava loro la pelle. Se si ammalavano, non c'erano medicine né dottori. Gli arti feriti in battaglia venivano segati via senza alcun anestetico, spesso dal carpentiere della nave. Per coloro che vivevano a bordo gli unici piaceri erano giocare a dadi e bere rum. Ma la tentazione di diventare pirata era forte...era prima di tutto un grosso affare. Tra i finanziatori e i capitani si stipulavano dei veri e propri contratti. L'equipaggio decideva come dividere il bottino e si comportava secondo regole ferree: infrangerle poteva comportare la morte.
La "passeggiata sulla tavola", di cui si parla spesso nei racconti, non era una punizione comune, frequentemente i prigionieri venivano torturati o uccisi e gettati agli squali.

Per un equipaggio le armi rubate erano un tesoro. Ai bucanieri dei Caraibi piaceva fare gli spacconi con pistole e squarcine, che usavano contro i propri compagni come contro il nemico.Una volta Barbanera, da sotto il tavolo, sparò al suo primo ufficiale, Israel Hands, e gli fracassò una rotula. Essendo fuorilegge non avevano niente da perdere. Le pistole e i moschetti a canna lunga usati nella metà del '600 dai tiratori scelti dei bucanieri erono poco affidabili. Infatti erano lenti da ricaricare ed era difficile prendere la mira. Quando si giungeva allo scontro, combattevano corpo a corpo, con pugnali, asce e squarcine, colpivano con violenza dando calci, pugni e morsi.
Durante le scorrerie, prendevano tutto ciò che poteva essere loro utile, utensili, armi, medicinali...
Alle volte si impadronivano di intere navi costringendo l'equipaggio a unirsi a loro. Altre volte le imbarcazioni venivano affondate.
Ben pochi pirati vivevano tanto da riuscire a godersi le loro ricchezze. Alcuni, come il corsaro inglese Sir Henry Mainwaring, ottennero la grazia e abbandonarono le razzie, ma la maggior parte morì in terre lontane, nel corso di feroci combattimenti. Thomas Tew fu ucciso nel 1695 con un colpo di arma da fuoco. Thomas Anstis fu ucciso nei Caraibi verso il 1723, assassinato dal suo stesso equipaggio. John ward, murì di peste a Tunisi nel 1622. Coloro che riuscivano a far ritorno, come Harry Avery, spesso morivano poveri e dimenticati.
Fin dai tempi più antichi, le leggi contro la pirateria furono feroci. Coloro che erano catturati venivano torturati e resi schiavi. I romani spesso li crocifiggevano con chiodi e corde. Ad amburgo nel 1402 fu tagliata la testa al pirata tedesco Stortebeker. Quelli inglesi del XVIII secolo venivano impiccati a Londra,sulla "banchina delle impiccagioni".I corpi venivano chiusi in gabbie di ferro così che nessuno potesse rubare le ossa per seppellirle.
Verso la metà del XIX secolo il lungo periodo della pirateria giunse al termine.

Molto si è parlato dei loro leggendari tesori ...
"IL CAVALIERE"
Un tempo il futuro apparteneva al vassallo armato a cavallo, al cavaliere...

Poco dopo il 1100 il cavaliere acquista l'aspetto esteriore con cui oggi è rappresentato. In battaglia siede su di una pesante sella a forma di cassa e infila i piedi con gli speroni nelle staffe, diventate di uso comune in Occidente solo nel IX-X secolo. L'adozione della staffa fu una vera e propria rivoluzione nel combattimento. Mentre prima, con i piedi che ciondolavano liberamente sui fianchi del cavallo, il cavaliere non era in grado di portare una lancia pesante, ora le staffe gli offrivano un appoggio sicuro. Poteva galoppare con la lancia in resta verso l'avversario, disarcionarlo o trafiggerlo. Questa arma infliggeva gravi ferite, di conseguenza fu necessario rafforzare l'equipaggiamento difensivo: il busto del cavaliere venne coperto da una corazza di maglie metalliche tessute a catenella, sulla testa portavano un elmo e al braccio uno scudo con il vertice rivolto verso il basso. Solo cavalli forti e riposati potevano sopportare tutto questo peso perciò, durante la marcia, il cavallo di battaglia veniva usato come riserva. Infine, le virtù morali del cavaliere vennero stabilite da un codice sociale Purtroppo questa nobile figura andò declinando con il passare dei secoli.
Il tramonto della cavalleria iniziò con le grandi disfatte dei forti contingenti a cavallo causate da milizie appiedate. Nei secoli XIV e XV si assistette alla riscoperta delle antiche strategie di guerra, basate sulla forza della falange alla maniera di quella Macedone e di quella Romana.
Ne sono un classico esempio gli eserciti comunali, composti quasi esclusivamente da fanti.
Agli albori del XIV secolo sono le milizie delle città fiamminghe a sconfiggere la cavalleria dell'infame Filippo Iv nella battaglia di Courtray, dimostrando la vulnerabilità del cavaliere di fronte ad una massa di uomini in grado di arrestarne l'impeto e disarcionarlo.
Nel 1256 il giovane re tedesco Guglielmo d'Olanda, in lotta contro i Frisi, sprofondò con tutto il cavallo nel ghiaccio. Impossibilitato nei movimenti dalla pesante armatura, venne ucciso senza pietà.
Altre stragi di cavalieri si hanno nella Guerra dei Cento Anni, a Crecy e a Poitiers, nel 1346 e nel 1356, quando le fanterie inglesi fecero un uso massiccio del cosidetto arco lungo, il longbow, investendo così i francesi con nugoli di frecce.
Studi recenti hanno potuto verificare che a Crecy, nei primi 9 secondi di battaglia, vennero scagliate circa 72.000 frecce.

Ad Azincourt, nel 1415,i francesi rimasero impantanati nel terreno reso molle dalla pioggia e non riuscendo a caricare, vennero circondati, tirati giù di sella e in breve massacrati.
Giovanna d'Arco, piangerà qualche anno dopo ricordando il fior fiore della cavalleria francese caduto in quella battaglia.
Tali uomini furono vendicati da lei stessa con la liberazione di Orleans, Auxerre, Troyes, Chalons e Reims nel 1429.
Ma la vera fine della cavalleria non è da ricondursi tanto al declino del suo primato militare quanto al decadimento delle sue idealità e delle regole su cui si fondava.
Alcuni studiosi sostengono che la fine della cavalleria avvenne nel 1504, anno della presa della fortezza bavarese di Kufstein da parte degli imperiali di Massimiliano I. Contravvenendo vistosamente all'etica cavalleresca, l'imperatore ordinò che il comandante e gli altri supestiti della guarnigione venissero decapitati. Per quanto le cronache della cavalleria fossero intessute di episodi crudeli, questa strage di inermi difensori compromise agli occhi dell'Europa l'immagine di questo imperatore detto "l'ultimo cavaliere". L'appellativo gli era stato attribuito non tanto per le glorie conquistate sul campo di battaglia ma per la magnificienza dei tornei che organizzava. Dopo la disonerevole vicenda di Kufstein l'opinione su di lui cambiò. Egli, tradendone lo spirito, aveva segnato la fine stessa della nobile cavalleria. E' opinione comune che i suoi grandiosi tornei, nella loro infinita retorica, misero fine alla tradizione fatta di agilità e destrezza. Il Kobelturnier tedesco, che consisteva nell'abbattere il cimiero dell'avversario servendosi di lance di spaventose dimensioni e le altre giostre praticate da Massimiliano comportavano movimenti lenti e pesanti a causa della grevità dell'armatura, per indossare la quale era richiesto un alto grado di specializzazione.

Nell'animo di chi l'ha amata e rispettata la cavalleria non è morta, si è solo sopita nella speranza che un giorno uomini valorosi possano farla rinascere...
"L'ANIMA DELLA CROCIATA"

In un sobrio monumento funerario conservato nella chiesa dei Consiglieri di Nancy, vi sono raffigurati il Conte di Vaudèmont e sua moglie Alelina di Lorena. Nel 1147 Ugo accompagnò Luigi VII nella seconda crociata. Partì in grande asetto da guerra con cavalieri, scudieri e servitori. Da allora Adelina fu in continua attesa del suo ritorno. Gli amici e i compagni del conte ritornarono uno dopo l'altro in Francia. Nessuno seppe dire cosa gli fosse successo, se fosse morto o prigioniero dei saraceni. Ugo tornò ma nel 1163, non più in usbergo da cavaliere, ma come povero pellegrino vestito di cenci, con un miserando copricapo di cuoio, i piedi infilati in calzature sformate, la barba e i capelli arruffati, la faccia scavata da tutte le peripezie del cammino. Uno scultore ha fissato il momento del suo incontro con Adelina. Lei è coperta da lunghi veli, dal copricapo scende una treccia. I due sono abbracciati. La mano di Ugo stringe la spalla di Adelina.Lei poggia una mano sul petto dello sposo.
Così vollero comparire, legati per l'eternità...
CITAZIONI
LA FINE DI UN SOGNO...

Niente è per sempre...
Arriva un momento in cui tutti dobbiamo dire addio al mondo che conoscevamo...
Addio a tutto ciò che avevamo e che davamo per scontato...
"DAVANTI AL NEMICO..."
IMPARA LA DISCIPLINA e VIVRAI...

L'esperienza prova che il soldato in battaglia resiste sino ad una certa soglia di terrore al di là della quale sopravviene la fuga, e solo la disciplina, ha appunto lo scopo di farne, suo malgrado, un combattente. Se l'uomo teme normalmente la morte, la disciplina militare si propone perciò di bloccare l'istinto di conservazione e di impedire il meccanismo paura-fuga, per mezzo di un terrore più grande...

Eccoci dunque al momento cruciale, quando il nemico, intento a sua volta a ordinare le proprie schiere, è ormai visibile a breve distanza e la tensione nervosa, nella probabilità di uno scontro imminente, tocca il massimo. Se era già difficile mantenere un ordine decente durante la marcia, ora le difficoltà evidentemente si moltiplicano, come si evince da alcuni statuti che contengono disposizioni riguardanti l'esercito ormai schierato sulla linea di combattimento. Ben impegnativo era il compito del guardaschiera se, come sembra evidente, esso doveva svolgersi in presenza del nemico, tale ufficiale infatti ha l'obbligo di stare davanti alla schiera e "custodire e salvare tutti quelli che ne fanno parte tenendoli inquadrati".
Particolarmente severe sono le disposizioni che riguardano gli uomini incaricati di portare le insegne, severità giustificata dalla capitale importanza che assunevano i segnali visivi nei momenti delicati -"Se avverrà che la cavalleria di Mantova pervenga a battaglia, nessun gonfalone deve ritirarsi dal combattimento, né volgere in fuga, né abbassare il vessillo", disposizioni riprese quasi alla lettera dagli statuti di Modena. Ciascun alfiere è assistito da appositi consiglieri tenuti a indirizzarne convenientemente l'azione. Non si deve uscire di schiera- si precisa a Vicenza - per fuggire verso le retrovie e neppure per andare "incontro al nemico ". Tale avvertimento vale innanzitutto per i cavalieri, ad essi è specificatamente proibito di togliere il freno di bocca alla cavalcatura o di scendere di sella "quando i vessilliferi sono a cavallo". I fanti non vengono esplicitamente menzionati sia perchè considerati meno importanti sia perchè in mancanza di mezzi altrettanto veloci, la fuga per loro era meno facile.
Vengono invece menzionati in un interessante testo che riguarda la società di San Giorgio di Chieri. Tale manoscritto riprende sicuramente le regole generalmente imposte ai fanti cittadini in guerra. "Nel 1259 i consoli della società devono far procedere in prima fila, davanti al gonfalone , i tiratori con archi e balestre tesi e frecce e quadrelli incoccati; segue un reparto di quattrocento uomini selezionati in base alla maggiore qualità dell'armamento, dotati cioè di corazza di maglia o di lama d'acciaio e di copricapo metallico, viene poi il grosso del popolo tallonato da un drappello di 25 degli uomini migliori i quali hanno il compito di restringere gli altri e di impedirne la fuga"-.

Scriveva nel Trecento, Teodoro di Monferrato -l'uomo è quindi anche un combattente, per sua natura non è di ferro perchè possa sostenersi tanto a lungo-. In verità egli si preoccupava soltanto della stanchezza fisica sostenendo la necessità che all'uomo impegnato per lungo tempo in battaglia spettassero opportuni momenti di riposo. Una simile attenzione rivolta all'umanità del soldato è un fatto raro e fortemente anticipatore di fronte all'abituale tendenza di ogni tempo di considerare il combattente , come scrisse Charles Ardant Du Picq, "un'unità astratta nelle combinazioni del campo di battaglia" anzichè un uomo in carne e ossa, corpo e anima.
"Per quanto forte sia l'anima non può dominare il corpo al punto che non si verifichi una rivolta della carne e il turbamento dello spirito di fronte alla distruzione". I conti vanno fatti dunque con quell'essere " nervoso, impressionabile, emozionato, turbato, distratto, sovraeccitato, mobile, sfuggente a se stesso" che è il soldato in battaglia...
Ma questa è un'altra storia...
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